Marcus Garvey

Marcus Mosiah Garvey (Saint Ann's Bay, 17 agosto 1887 – Londra, 10 giugno 1940) è stato un sindacalista e scrittore giamaicano.
Biografia
Garvey lottò negli Stati Uniti d'America per migliorare le condizioni inumane in cui venivano fatte lavorare le persone di etnia afroamericana.[1] Garvey predicò il ritorno in Africa di tutti i neri del mondo, che non dovevano sentirsi cittadini dei paesi in cui risiedevano, ma africani, così come anche una profezia contenuta nella Bibbia amarica, ovvero l'incoronazione in Africa di un Re nero, che avrebbe cacciato il colonialismo, estirpato il male e preparato il continente nero al ritorno della sua gente. Quando il 2 novembre 1930 il Ras Tafari Maconnèn fu incoronato imperatore dell'Etiopia prendendo il nome di Hailé Selassié, molti neri giamaicani videro l'avverarsi di questa profezia e diedero quindi vita al movimento del rastafarianesimo. Lo stesso Marcus Garvey viene considerato da molti rasta e musicisti reggae, specialmente in Giamaica, una sorta di profeta.[2]
Istituì ad Harlem una sorta di governo in esilio della grande nazione africana. Creò una compagnia di navigazione, la Black Star Steamship col compito di trasportare passeggeri neri all'interno dell'arcipelago delle Antille, in aperta opposizione con le altre compagnie che da anni avevano istituito la segregazione. Condannato per frode postale a causa di presunte irregolarità nel sistema di finanziamento della compagnia, fu graziato dal presidente Calvin Coolidge ed espulso verso la nativa Giamaica. La condanna fu successivamente oggetto di un condono presidenziale postumo, concesso nel 2025 dal presidente Joe Biden, a quasi un secolo dalla morte di Garvey.[3]
Fu il fondatore dell'associazione Universal Negro Improvement Association and African Communities League e della rivista Negro World. Il contributo di Garvey rappresenta la base ideologica di quella dottrina nazionalista africana che troverà largo seguito negli Usa a partire dagli anni sessanta con la fondazione del potere nero di Stokely Carmichael.[4]
Infanzia (1887–1904)
Marcus Mosiah Garvey Jr. nacque il 17 agosto 1887 a Saint Ann's Bay, nella parrocchia di Saint Ann, in Giamaica, all’epoca ancora colonia britannica. Era l’ultimo di undici figli, ma solo lui e una sorella sopravvissero all'infanzia. Suo padre, Malchus Garvey, era un muratore autodidatta con una vasta biblioteca personale, mentre sua madre, Sarah Jane Richards, lavorava come domestica e venditrice ambulante.
Garvey frequentò una scuola elementare a St. Ann’s Bay, dove imparò a leggere, scrivere e studiare le basi della grammatica inglese. Dimostrò interesse per la lettura sin da giovane, spesso attingendo alla biblioteca paterna. A 14 anni interruppe gli studi formali e si trasferì a Kingston, dove cominciò un apprendistato come tipografo presso la stampa P.A. Benjamin.
Durante questi anni a Kingston, Garvey entrò in contatto con le prime forme di attivismo sindacale, partecipando alle proteste degli operai tipografi e maturando una crescente coscienza delle ingiustizie razziali e sociali presenti nella società coloniale giamaicana. Queste esperienze contribuirono in modo decisivo alla formazione del suo pensiero politico e all’idea che il riscatto della popolazione nera dovesse passare attraverso l’educazione, l’unità e l’autosufficienza economica.[5][6][7]
Esperienze professionali e attivismo (1905–1909)
Nel 1905 Garvey si trasferì a Kingston, dove lavorò come tipografo per la P.A. Benjamin Manufacturing Company, diventando uno dei primi capisquadra afro‑giamaicani. Partecipò attivamente al sindacato dei tipografi e alla grande sciopero del novembre 1908: per questo venne licenziato e successivamente impiegato dall’amministrazione coloniale, circostanza che accrebbe la sua coscienza delle ingiustizie sociali. Durante questi anni subì anche l’esperienza del terremoto del 1907, che lo costrinse a vivere per mesi all’aperto dopo che la madre morì nel 1908.[8]
Viaggi e formazione internazionale (1910–1914)
Nel 1911 Garvey si trasferì in Costa Rica, dove lavorò come sorvegliante in una piantagione della United Fruit Company e fondò il giornale bilingue Nation/La Nación, con cui denunciava lo sfruttamento dei lavoratori neri.[9] Nei successivi anni viaggiò in America Centrale, fino a stabilirsi a Londra (1912–1914), dove lavorò per la rivista African Times and Orient Review, frequentò corsi serali di diritto alla Birkbeck College e lesse l’autobiografia Up from Slavery di Booker T. Washington, che influenzò profondamente la sua visione panafricanista prima del ritorno in Giamaica nel 1914.[10]
Fondazione della UNIA e attività in Giamaica (1914–1916)
Nel luglio 1914 Garvey tornò in Giamaica e fondò la Universal Negro Improvement Association and African Communities League (UNIA), con lo slogan One Aim, One God, One Destiny.[11] L’organizzazione si proponeva di promuovere l’orgoglio razziale, la solidarietà tra i neri e il riscatto morale e culturale dei popoli africani.[12] Inizialmente contava pochi membri e fu oggetto di critiche da parte di alcuni giamaicani per l’uso del termine “Negro”, considerato dispregiativo; Garvey tuttavia lo rivendicava come identificazione storica e culturale della diaspora africana.
La sede della UNIA fu allestita inizialmente nella stanza di un albergo a Kingston, poi trasferita in un locale più ampio grazie al supporto di Amy Ashwood, giovane attivista con cui Garvey si fidanzò segretamente nel 1915.[13] L’organizzazione si presentava come club filantropico e culturale, e promuoveva attività educative e artistiche, tra cui gare di dizione, serate letterarie e incontri pubblici.
Garvey tentò di attirare l’interesse delle autorità coloniali e dei notabili locali, ottenendo finanziamenti da parte del sindaco di Kingston e del governatore britannico dell’epoca, William Manning.[14] Tuttavia, fu osteggiato dalla classe media meticcia giamaicana, che lo percepiva come un opportunista e criticava i suoi toni ritenuti offensivi nei confronti della popolazione nera più povera.[15] Accuse infondate di cattiva gestione dei fondi dell’associazione ne minarono ulteriormente la reputazione.
Deluso dalla limitata crescita della UNIA in Giamaica, nel marzo 1916 Garvey decise di emigrare negli Stati Uniti, salpando a bordo della nave SS Tallac.[16]
Attività negli Stati Uniti (1916–1918)
Nel 1916 Garvey si trasferì a New York, stabilendosi ad Harlem. Dopo alcune difficoltà iniziali, intraprese un tour di conferenze in 38 stati americani, visitando anche il Tuskegee Institute in Alabama e diverse chiese afroamericane.[17]
Nel 1917 fondò una sezione della UNIA a New York, aprendo l’adesione a tutti i neri di discendenza africana. Cominciò a tenere comizi per strada ad Harlem, attirando sia migranti caraibici sia afroamericani. Si avvicinò all’attivista Hubert Harrison e partecipò alla Liberty League, guadagnando visibilità tra i sostenitori dell’autonomia nera.[18]
Dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, fu dichiarato non idoneo al servizio militare e iniziò a criticare il coinvolgimento afroamericano nel conflitto.[19] In seguito alle rivolte razziali di East St. Louis nel 1917, promosse la legittima difesa e pubblicò un opuscolo per raccogliere fondi a favore delle vittime.[20] Le sue posizioni gli attirarono l’attenzione delle autorità federali, che cominciarono a sorvegliarlo.
Nel 1918, dopo tensioni interne alla UNIA e un temporaneo allontanamento, un tribunale gli riconobbe la piena titolarità del movimento, consentendogli di riprenderne la guida.[21]
Espansione della UNIA (1918–1921)
Tra il 1918 e il 1921, la UNIA conobbe una rapida crescita. Si costituì come ente giuridico a New York e fu affiancata da una sezione a scopo di lucro, la African Communities’ League, con l’obiettivo di avviare attività economiche come ristoranti, lavanderie e import-export.[22]
Nell'aprile 1918 Garvey fondò il settimanale Negro World, che divenne il principale organo di propaganda della UNIA, diffuso non solo negli Stati Uniti ma anche nei Caraibi e in America Latina. Rifiutò di pubblicare pubblicità per prodotti schiarenti per la pelle o liscianti per i capelli, invitando i lettori all'orgoglio della propria identità africana.[23] Nonostante alcune difficoltà finanziarie e controversie legali con collaboratori non pagati, il giornale raggiunse una diffusione significativa ed ebbe un forte impatto simbolico.
Garvey nominò come direttore editoriale Wilfred Domingo, ma le divergenze ideologiche portarono rapidamente a uno scontro; Domingo si dimise e divenne un critico del movimento.[24] Nel frattempo, Amy Ashwood raggiunse Garvey a New York e fu nominata segretaria generale della UNIA, contribuendo attivamente alle attività culturali insieme all’attrice Henrietta Vinton Davis.
Dopo la Prima guerra mondiale, Garvey partecipò alla fondazione della International League for Darker People, che tentò, senza successo, di influenzare la Conferenza di pace di Parigi del 1919 a favore delle popolazioni non europee.[25]
Nel contesto di forti tensioni razziali negli Stati Uniti e del timore di radicalizzazione dopo la Rivoluzione russa, Garvey fu sorvegliato dall'FBI. J. Edgar Hoover lo considerava un agitatore pericoloso e ne raccomandò l'espulsione dal paese, ma il Dipartimento del Lavoro respinse la richiesta per mancanza di prove concrete.[26]
Crescita del movimento e tensioni ideologiche
Tra il 1918 e il 1921 la UNIA si espanse rapidamente, con sedi in 25 stati degli Stati Uniti e in diverse regioni dei Caraibi, dell'America Latina e dell'Africa occidentale.[27] Garvey dichiarò numeri di adesione molto elevati, anche se spesso esagerati. A differenza della NAACP, orientata verso l'integrazione razziale e le élite nere, la UNIA si rivolse alla popolazione di origini africane, in particolare migranti caraibici e classi popolari.[28]
Il contrasto con il leader della NAACP, W. E. B. Du Bois, fu aspro: Garvey lo definì un “reazionario al soldo dei bianchi”, mentre Du Bois lo accusò di demagogia. I due non riuscirono mai a collaborare, e la rivalità divenne personale.[29]
Garvey fondò diverse imprese a Harlem, tra cui un ristorante, una gelateria e un negozio di cappelli. Acquistò anche un edificio parzialmente costruito che divenne la sede della UNIA, chiamata Liberty Hall, ispirata all’omonimo palazzo sede dell'Irish Citizen Army.[30] Creò inoltre una milizia simbolica, la African Legion, e la Negro Factories League, che gestiva attività economiche come lavanderie, tipografie e alimentari.
Nel 1920 organizzò a Harlem la Prima Conferenza Internazionale dei Popoli Neri, che culminò con una parata a Madison Square Garden con oltre 20.000 partecipanti. In quell’occasione, Garvey fu proclamato Presidente Provvisorio dell’Africa, ruolo simbolico pensato per un futuro post-coloniale.[31] La dichiarazione finale condannava il colonialismo europeo e rivendicava i diritti dei popoli africani. Il titolo fu tuttavia accolto con scetticismo da parte di molti, specialmente tra gli africani presenti.
La UNIA avviò contatti con il governo della Liberia, sperando di creare insediamenti per afroamericani in Africa. Fu lanciata una raccolta fondi per un prestito da due milioni di dollari, e fu inviata una delegazione per valutare la fattibilità del progetto.[32]
All’interno della UNIA sorsero però tensioni ideologiche. Garvey prese le distanze dai movimenti socialisti e accusò Cyril Briggs, leader dell’African Blood Brotherhood, di non essere veramente nero. Briggs lo querelò con successo per diffamazione penale. Garvey fu anche coinvolto in altri procedimenti giudiziari per diffamazione, tra cui uno con il procuratore distrettuale Edwin P. Kilroe, che si concluse con un ordine di ritrattazione pubblica.[33]
Tentato omicidio
Nell’ottobre 1919 George Tyler, venditore part-time del Negro World, entrò negli uffici della UNIA e disse a Garvey che Kilroe “lo aveva mandato” e tentò di ucciderlo, sparando con un revolver calibro .38 quattro colpi in direzione di Garvey; questi fu colpito da due proiettili, alla gamba destra e di striscio alla testa, ma sopravvisse.[34] Tyler fu presto arrestato, ma si suicidò gettandosi dal terzo piano della prigione di Harlem; non fu mai chiarito il motivo per cui avesse tentato di uccidere Garvey. Garvey si riprese rapidamente dalle ferite e, cinque giorni dopo, tenne un discorso pubblico a Filadelfia. In seguito al tentato omicidio, Garvey assunse una guardia del corpo, Marcellus Strong.[35]
Vita privata
Poco dopo il tentato omicidio, Garvey chiese in moglie Amy Ashwood e la sposò il giorno di Natale del 1919, con una cerimonia cattolica privata seguita da una celebrazione a Liberty Hall alla presenza di migliaia di membri della UNIA. Il matrimonio, però, si incrinò rapidamente e, dopo pochi mesi, Garvey chiese l’annullamento accusando la moglie di adulterio. La causa si protrasse per due anni e non portò al divorzio; la coppia si separò definitivamente. Successivamente Ashwood intraprese la carriera di scrittrice e direttrice musicale durante il Rinascimento di Harlem.[36]
Black Star Line
La Black Star Line fu fondata dalla UNIA nel 1919 con l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico e industriale dei popoli africani e della diaspora, attraverso una compagnia di navigazione che collegasse Africa, Caraibi e Americhe. Il nome riprendeva quello della White Star Line, ma intendeva simboleggiare un’impresa di proprietà e gestione nere.[37]
Garvey incoraggiò gli afroamericani a investire nella compagnia, dichiarando che l’acquisto di azioni fosse un dovere verso la causa panafricana. In breve tempo furono raccolti fondi e, nell’ottobre 1919, la compagnia acquistò la SS Yarmouth.[38] Tuttavia, le imbarcazioni si rivelarono obsolete e costose da mantenere, richiedendo riparazioni continue.
Furono tentati nuovi acquisti, come il battello a vapore Shady Side, ma anche questi si rivelarono fallimentari. A ciò si aggiunsero conflitti interni e la scarsità di marittimi neri qualificati, che talvolta costrinse a impiegare ufficiali bianchi.
Nel 1922, dopo perdite ingenti, la Black Star Line cessò l'attività.[39] Nonostante il fallimento commerciale, il progetto ebbe un forte valore simbolico come tentativo di autonomia economica e orgoglio collettivo panafricano.
Accuse penali e rapporti con il Ku Klux Klan (1922–1923)
Nel gennaio 1922 Garvey fu arrestato con l’accusa di frode postale, per aver pubblicizzato la vendita di azioni di una nave, l'Orion, che la Black Star Line non possedeva ancora. Rilasciato su cauzione, denunciò il procedimento come il frutto di complotti di rivali afroamericani, puntando il dito contro ex membri della UNIA e persino contro la NAACP. Molta stampa statunitense lo dipinse come un truffatore.[40]
Nello stesso anno Garvey annunciò la sospensione delle attività della Black Star Line e intraprese un tour negli Stati Uniti. A giugno 1922 si recò ad Atlanta, dove incontrò Edward Young Clarke, allora capo provvisorio del Ku Klux Klan. L'episodio destò scandalo: in alcuni discorsi pubblici Garvey arrivò a definire i membri del KKK più sinceri e “onesti” di altri bianchi ipocriti, sostenendo che gli afroamericani dovessero accettare l’idea di un’America bianca e puntare invece a costruire una nazione in Africa. La notizia dell’incontro, riportata sulla stampa afroamericana, segnò una svolta nella sua popolarità, suscitando sorpresa e indignazione. Ne nacque la campagna "Garvey Must Go", promossa da figure come Chandler Owen, Asa Philip Randolph e William Pickens. Alcuni di questi oppositori ricevettero minacce, e Randolph denunciò persino l’invio di una mano mozzata accompagnata da un messaggio intimidatorio.[41]
Il 1922 non fu però solo un anno di crisi. Garvey riuscì ad attirare nella UNIA il primo aviatore afroamericano, Hubert Fauntleroy Julian, e a fondare la Booker T. Washington University a New York. Lo stesso anno sposò la sua segretaria Amy Jacques, che curò l'edizione della raccolta The Philosophy and Opinions of Marcus Garvey, epurata dei passaggi più incendiari. La UNIA lanciò anche un nuovo giornale, il Daily Negro Times, e inviò una delegazione alla Società delle Nazioni a Ginevra.[42]
All’interno dell’organizzazione, tuttavia, la gestione di Garvey si fece sempre più autoritaria. Espulse dirigenti che si opponevano al suo controllo diretto e ruppe con il reverendo James Eason, poi assassinato da suoi seguaci a New Orleans nel 1923. Sebbene Garvey negasse ogni coinvolgimento, promosse una raccolta fondi per la difesa legale degli imputati. L’omicidio e le tensioni interne portarono diversi intellettuali afroamericani a chiedere lo scioglimento della UNIA, descrivendo Garvey come un demagogo pericoloso.[43]
Processo del 1923
Dopo vari rinvii, nel maggio 1923 si aprì finalmente il processo contro Garvey e altri tre imputati, accusati di frode postale in relazione alle attività della Black Star Line. L’accusa si basava principalmente su un prospetto pubblicitario che mostrava la nave Phyllis Wheatley, mai realmente esistita: l’immagine era in realtà una fotografia ritoccata dell’ex nave tedesca Orion, messa in vendita dallo United States Shipping Board. La Black Star Line aveva espresso l’intenzione di acquistare la nave, ma la transazione non era mai stata completata.
Il giudice incaricato del processo fu Julian Mack, una scelta che Garvey contestò fin dall’inizio, ritenendolo vicino alla NAACP, organizzazione con cui aveva spesso avuto contrasti. Il suo avvocato, Cornelius McDougald, gli consigliò di dichiararsi colpevole per ottenere una pena ridotta, ma Garvey rifiutò, licenziò il legale e decise di difendersi da solo in aula.[44]
Il processo durò più di un mese. Garvey, privo di formazione giuridica, faticò a gestire gli aspetti tecnici del processo. Nel discorso conclusivo, parlando per oltre tre ore, si presentò come un capo disinteressato, vittima di collaboratori incompetenti e disonesti che avrebbero causato i problemi della UNIA e della Black Star Line. Il 18 giugno la giuria si ritirò per deliberare e, dopo dieci ore, emise il verdetto: Garvey fu riconosciuto colpevole di frode, mentre i tre coimputati vennero assolti.
La reazione di Garvey fu violenta: insultò il giudice e il procuratore, definendoli “maledetti ebrei sporchi”. In attesa della sentenza, fu rinchiuso nel carcere di The Tombs, continuando a sostenere che il verdetto fosse frutto di un complotto ebraico. Fino ad allora, Garvey non aveva mai espresso sentimenti antisemiti e anzi si era mostrato favorevole al sionismo.
Quando arrivò la sentenza, il giudice Mack lo condannò a cinque anni di reclusione e a una multa di mille dollari. Molti osservatori ritennero la pena eccessiva rispetto ad altri casi simili, ipotizzando che le invettive antisemite di Garvey avessero influenzato la severità del giudizio. Lo stesso Garvey dichiarò in seguito che il processo era stato condizionato da pregiudizi religiosi e politici, legati anche al suo controverso incontro dell’anno precedente con il Ku Klux Klan.
Nel 1928 affermò a un giornalista: “Quando vollero colpirmi, mi fecero processare da un giudice e da un procuratore ebrei. Due ebrei della giuria resistettero per dieci ore e riuscirono a farmi condannare, e il giudice ebreo mi inflisse la pena massima.” Tuttavia, nel 1933, in un editoriale pubblicato sul New Jamaican, Garvey cambiò tono, definendo “nobile” il popolo ebraico, paragonando l’antisemitismo alla persecuzione contro i neri e condannando l’intolleranza razziale del nazismo.
Una settimana dopo la condanna, circa duemila sostenitori della UNIA si riunirono alla Liberty Hall per denunciare la sentenza come un errore giudiziario. Ma con Garvey in carcere, l’organizzazione iniziò rapidamente a perdere membri e ad affrontare divisioni interne tra le sezioni caraibiche e quelle afroamericane. Dal carcere, Garvey continuò a scrivere articoli e lettere, accusando i suoi oppositori — in particolare la NAACP — di aver orchestrato la sua condanna.[45]
Libertà su cauzione (1923–1925)
Nel settembre 1923 il giudice d’appello Martin Manton concesse a Garvey la libertà su cauzione fissata a 15.000 dollari, somma che l’UNIA riuscì a raccogliere e versare in attesa dell’esito del ricorso contro la condanna. Temporaneamente libero, Garvey intraprese un tour negli Stati Uniti, tenendo una conferenza presso il Tuskegee Institute. Nei discorsi pronunciati durante questo viaggio ribadì l’importanza della segregazione razziale tramite la migrazione verso l’Africa, definendo gli Stati Uniti «un paese per bianchi». Continuò inoltre a difendere il suo incontro con il Ku Klux Klan, descrivendo l’organizzazione come dotata di «maggiore onestà d’intenti verso i neri» rispetto alla NAACP.[46]
Sebbene in precedenza avesse evitato di impegnarsi nelle elezioni, per la prima volta incoraggiò l’UNIA a proporre propri candidati, spesso in competizione con quelli sostenuti dalla NAACP nelle aree a forte presenza afroamericana. Nel febbraio 1924 l’UNIA presentò un piano per trasferire tremila afroamericani in Liberia. Il presidente liberiano Charles D. B. King assicurò che avrebbe concesso loro terreni per tre colonie. Nel giugno dello stesso anno un gruppo di tecnici dell’UNIA fu inviato per preparare l’insediamento, ma una volta giunti in Liberia furono arrestati e immediatamente espulsi. Contestualmente il governo liberiano pubblicò un comunicato in cui dichiarava che non avrebbe autorizzato l’insediamento di cittadini statunitensi nel Paese.[46]
Garvey attribuì il cambiamento di posizione del governo liberiano a W.E.B. Du Bois e alla NAACP, sostenendo che il primo, avendo soggiornato in Liberia e intrattenendo rapporti con le élite locali, avesse influenzato la decisione. Du Bois respinse l’accusa. Studi successivi indicarono che, nonostante le assicurazioni di King, il governo liberiano non aveva mai realmente intenzione di consentire la colonizzazione afroamericana, consapevole che ciò avrebbe potuto danneggiare i rapporti con le colonie britanniche e francesi confinanti, preoccupate dalle potenziali tensioni politiche che tale iniziativa avrebbe potuto generare.[47]
L’UNIA subì ulteriori difficoltà con la morte di John Edward Bruce; l’organizzazione preparò una processione funebre che si concluse con una cerimonia alla Liberty Hall. In cerca di nuove fonti di finanziamento, il giornale Negro World revocò il divieto di pubblicare inserzioni di prodotti per lo schiarimento della pelle e la stiratura dei capelli. I ricavi aggiuntivi permisero alla Black Star Line di acquistare una nuova nave, la SS General G. W. Goethals, nell’ottobre 1924, poi ribattezzata SS Booker T. Washington.[48]
Detenzione (1925–1927)
All'inizio di febbraio 1925 la Corte d’appello degli Stati Uniti per il Secondo Circuito confermò la sentenza di primo grado. Scrivendo per la corte, il giudice Charles Merrill Hough affermò: «Può darsi che Garvey si sia immaginato un Mosè, se non un Messia; che si sia considerato un uomo con un messaggio da trasmettere e che abbia creduto di aver bisogno di navi per la liberazione del suo popolo; ma, ammesso ciò, resta vero che se il suo vangelo consisteva in parte nell’incitare ad acquistare azioni prive di valore, accompagnando tale invito con affermazioni ingannevolmente false sul loro valore, egli era colpevole di un piano o artifizio fraudolento, qualora la giuria avesse ravvisato l’intento necessario nel suo schema azionario, indipendentemente da quanto elevata, filantropica o altruistica fosse la sua visione generale. E se tale schema fraudolento fosse stato accompagnato dall’uso del servizio postale, come definito dalla legge, egli era colpevole di un reato ai sensi del Codice penale, sezione 215».[49]
Il rigetto dell’appello comportò la revoca della libertà su cauzione concessa dopo la condanna. Garvey si trovava a Detroit e venne arrestato mentre era a bordo di un treno diretto a New York. Fu condotto nel penitenziario federale di Atlanta, dove venne incarcerato ed assegnato a mansioni di pulizia. In un’occasione fu ammonito per insubordinazione nei confronti delle guardie bianche. Durante la detenzione sviluppò una bronchite cronica e infezioni polmonari, e dopo due anni di carcere fu ricoverato per un’influenza.
Garvey riceveva regolarmente lettere dai membri dell’UNIA e da sua moglie, che lo visitava ogni tre settimane. Con il suo sostegno, sua moglie curò un nuovo volume dei suoi discorsi, Philosophy and Opinions, dai quali furono spesso eliminati i passaggi più polemici che incitavano alla violenza contro i bianchi. In prigione Garvey scrisse anche The Meditations of Marcus Garvey, il cui titolo richiamava Colloqui con sé stesso di Marco Aurelio, conosciuto in inglese con il titolo Meditations. Dalla cella mantenne inoltre una corrispondenza con attivisti segregazionisti bianchi dell’estrema destra come Earnest Sevier Cox della White American Society e John Powell degli Anglo-Saxon Clubs of America; quest’ultimo andò anche a visitarlo in prigione.
Durante la detenzione, Amy Ashwood avviò un'azione legale contro il divorzio da lui ottenuto. Se la corte avesse dichiarato nullo quel divorzio, il matrimonio di Garvey con Amy Jacques sarebbe risultato invalido. Il tribunale diede però ragione a Garvey, riconoscendo la legittimità del divorzio.
In sua assenza, William Sherrill divenne capo ad interim dell’UNIA. Per affrontare i problemi finanziari dell’organizzazione, Sherrill ipotecò nuovamente la Liberty Hall per pagare i debiti e vendette la nave SS Booker T. Washington a un prezzo pari a circa un quarto del suo valore d’acquisto. Garvey reagì con rabbia e nel febbraio 1926 scrisse al Negro World per esprimere la propria insoddisfazione verso la gestione di Sherrill. Dalla prigione organizzò una convenzione straordinaria dell’UNIA a Detroit, nella quale i delegati votarono per la destituzione di Sherrill. I sostenitori di quest’ultimo tennero però una convenzione parallela alla Liberty Hall, segno della crescente divisione interna al movimento. Una successiva sentenza stabilì che la sede di Liberty Hall apparteneva al ramo newyorkese dell’UNIA, allora controllato da Sherrill, e non alla dirigenza centrale dell’organizzazione. Le difficoltà economiche proseguirono, portando a ulteriori ipoteche e infine alla vendita dell’edificio.[37] Il procuratore generale John Sargent ricevette una petizione con settantamila firme per chiedere la liberazione di Garvey. Sargent avvertì il presidente Calvin Coolidge che molti afroamericani interpretavano la sua detenzione non come una giusta punizione per una frode, ma come «un atto di oppressione razziale contro gli sforzi di progresso della loro gente». Alla fine Coolidge accettò di commutare la pena, disponendo che scadesse immediatamente il 18 novembre 1927, dopo che Garvey aveva scontato circa metà dei cinque anni di reclusione. La commutazione prevedeva però la sua immediata espulsione dagli Stati Uniti.[50]
Dopo il rilascio, Garvey fu condotto in treno a New Orleans, dove circa un migliaio di sostenitori lo salutò mentre si imbarcava sulla SS Saramaca il 3 dicembre. La nave fece scalo a Cristóbal, a Panama, dove fu nuovamente accolto da simpatizzanti, ma le autorità locali gli negarono il permesso di sbarcare. Successivamente si trasferì sulla SS Santa Maria, che lo portò infine a Kingston, in Giamaica.
Ritorno in Giamaica (1927–1935)
A Kingston, Garvey fu accolto calorosamente dai suoi sostenitori. I membri dell’UNIA avevano raccolto 10.000 dollari per aiutarlo a stabilirsi in Giamaica, somma con la quale acquistò una grande casa in un quartiere esclusivo, che chiamò “Somali Court”. Sua moglie fece spedire i loro beni — tra cui circa 18.000 libri e centinaia di oggetti d’antiquariato — prima di raggiungerlo sull’isola.
In Giamaica, Garvey riprese la sua attività di conferenziere, tenendo discorsi anche in un edificio di Kingston che chiamò anch’esso “Liberty Hall”. Esortava gli afrogiamaicani a migliorare le proprie condizioni di vita e a opporsi all’influenza dei migranti cinesi e siriani che si erano stabiliti sull’isola. Nel frattempo, la sezione statunitense dell’UNIA era passata sotto la guida di E. B. Knox, convocato da Garvey in Giamaica dopo che Laura Kofey — leader di un gruppo separatista dell’UNIA — era stata uccisa, episodio che gettò ulteriore discredito sull’organizzazione.
Garvey cercò di viaggiare attraverso l’America Centrale, ma i governi della regione gli impedirono l’ingresso, considerandolo una figura sovversiva. Si recò quindi in Inghilterra nell’aprile 1928, dove affittò una casa nel quartiere londinese di West Kensington per quattro mesi. Il 6 giugno parlò al Royal Albert Hall, in un evento che attirò grande attenzione. Nello stesso anno visitò Parigi, dove stabilì un ufficio presso la sede del giornale La Dépêche Africaine e tenne un discorso al Club du Faubourg, per poi proseguire verso la Svizzera. Successivamente si recò in Canada, dove fu trattenuto per una notte e gli fu vietato di tenere conferenze pubbliche.
Rientrato a Kingston, l’UNIA acquisì l’edificio Edelweiss Park, nel quartiere di Cross Roads, che divenne la nuova sede centrale del movimento. Qui si tenne una grande conferenza, inaugurata da una parata cittadina che attirò decine di migliaia di spettatori. All’Edelweiss Park l’UNIA organizzò anche rappresentazioni teatrali: una di queste, Coronation of an African King, fu scritta da Garvey e messa in scena nell’agosto 1930. L’opera, incentrata sull’incoronazione del principe Cudjoe del Sudan, anticipava simbolicamente l’ascesa al trono di Hailé Selassié d’Etiopia, avvenuta nello stesso anno. In questo periodo Garvey divenne anche una sorta di padre adottivo per la nipote Ruth, rimasta orfana di padre.
A Kingston, Garvey fu eletto consigliere comunale e fondò il primo partito politico del Paese, il People’s Political Party (PPP), con cui intendeva presentarsi alle successive elezioni del consiglio legislativo. Nel settembre 1929, davanti a 1.500 sostenitori, presentò il manifesto del PPP, che proponeva una riforma agraria a favore dei contadini affittuari, l’introduzione di un salario minimo nella Costituzione, la costruzione della prima università e del primo teatro d’opera giamaicano e una legge per destituire e incarcerare i giudici corrotti. Quest’ultima proposta portò Garvey a essere processato per oltraggio alla magistratura e di aver minato la fiducia pubblica nelle istituzioni. Si dichiarò colpevole e fu condannato a tre mesi di carcere nella prigione di Spanish Town e a una multa di 100 sterline.[51] Durante la detenzione fu espulso dal consiglio comunale dai suoi stessi colleghi. Garvey reagì con indignazione e pubblicò un editoriale contro di loro sul giornale Blackman. L’articolo gli valse un nuovo processo per diffamazione sediziosa, al termine del quale fu condannato a sei mesi di carcere; la condanna venne poi annullata in appello. Successivamente si candidò per il PPP alle elezioni legislative nel distretto di Saint Andrew, ottenendo 915 voti ma venendo sconfitto da George Seymour-Jones.
Colpito dalle difficoltà economiche della Grande Depressione, Garvey iniziò a lavorare come banditore d’asta e, dal 1935, a vivere anche dei risparmi della moglie. Ipotecò nuovamente la sua casa e le sue proprietà personali; nel 1934 l’Edelweiss Park fu pignorato e venduto all’asta. Deluso dalla situazione in Giamaica, decise di trasferirsi a Londra, imbarcandosi nel marzo 1935 sulla SS Tilapa. Giunto in Inghilterra, confidò all'amica Amy Bailey: «Ho lasciato la Giamaica come un uomo spezzato, spezzato nello spirito, nella salute e nelle tasche... e non tornerò mai, mai, mai indietro».[37]
Vita a Londra: 1935–1940
A Londra, Garvey cercò di ricostruire l'UNIA, anche se si trovò a fronteggiare una forte concorrenza da parte di altri gruppi di attivisti neri nella città. Fondò una nuova sede dell’UNIA in Beaumont Avenue, nel quartiere di Kensington, e lanciò una nuova rivista mensile, Black Man. Garvey tornò a parlare allo Speakers' Corner di Hyde Park. Quando interveniva in pubblico, veniva sempre più frequentemente attaccato dai socialisti per le sue posizioni conservatrici. Aveva anche l’ambizione di diventare deputato al Parlamento, ma tale progetto non si concretizzò.
Nel 1935 scoppiò la Guerra d'Etiopia, con l'invasione dell'Etiopia da parte dell'Italia. Garvey si schierò contro gli italiani e lodò il governo di Hailé Selassié. Tuttavia nell'ottobre cominciò a criticare apertamente Selassie, accusandolo di non essere preparato, e di conseguenza di aver contribuito alla sconfitta dell'Etiopia nella guerra. Quando Selassié fuggì dal suo Paese e giunse in Gran Bretagna, Garvey fu tra i delegati neri che organizzarono un incontro con lui alla stazione di Waterloo, ma fu respinto. Da quel momento, Garvey divenne sempre più ostile nei confronti di Selassié, descrivendolo come un «monarca feudale che disprezza i suoi schiavi e servi» e come «un grande codardo che è fuggito dal suo paese per salvare la propria pelle». Le aspre critiche di Garvey a Selassié lo allontanarono ulteriormente dalla più ampia comunità di attivisti neri — inclusi molti dei suoi seguaci — che, invece, appoggiavano Selassié come simbolo della lotta dell’Etiopia contro il colonialismo.
Nel giugno del 1937 la moglie e i figli di Garvey arrivarono in Inghilterra. Poco dopo, Garvey partì per un tour di conferenze e raccolta fondi in Canada e nei Caraibi, dove partecipò alla convenzione annuale dell’UNIA a Toronto. A Trinidad, criticò apertamente uno sciopero dei lavoratori petroliferi; ciò probabilmente esacerbò le tensioni tra lui e due noti marxisti trinidadiani che vivevano allora a Londra, C. L. R. James e George Padmore. Una volta tornato a Londra, Garvey prese una nuova casa familiare in Talgarth Road, non lontano dalla sede dell’UNIA. Nei dibattiti pubblici, Garvey entrò in conflitto con Padmore, presidente dell'International African Service Bureau. Nell'estate del 1938 Garvey tornò a Toronto per la successiva conferenza dell’UNIA.
Mentre Garvey era all’estero, sua moglie e i suoi figli tornarono in Giamaica. I medici avevano consigliato di trasferire il figlio maggiore di Garvey, Marcus III (noto anche come Marcus Jacques Garvey Jr.), in un clima più caldo per aiutarlo a combattere il suo grave reumatismo; la moglie non aveva informato Garvey della decisione. Quando Garvey tornò a Londra, fu furioso per la decisione della moglie. Garvey si sentiva sempre più isolato, mentre l’UNIA stava esaurendo i fondi e il numero dei suoi membri internazionali continuava a diminuire. Per la prima volta dopo molti anni, incontrò Ashwood, anche lei residente a Londra.[37]
La morte
Nel gennaio 1940 Garvey subì un ictus che lo lasciò gravemente menomato. Nei mesi seguenti, si sparsero voci sulla sua morte e alcuni giornali pubblicarono suoi necrologi, che Garvey leggeva. Garvey subì un secondo fatale ictus mentre, secondo Daisy Whyte, segretaria di Garvey che lo assistiva, stava appunto leggendo un falso necrologio di sé stesso pubblicato sul Chicago Defender che affermava che egli era morto "squattrinato, solo e impopolare".[52] Garvey morì due settimane dopo, il 10 giugno 1940. A causa delle restrizioni dovute alla seconda guerra mondiale, il suo corpo fu seppellito all'interno di una cripta nel cimitero cattolico di St. Mary a Londra e solo vent'anni dopo i suoi resti furono portati in Giamaica, dove il governo lo proclamò primo eroe nazionale e lo inumò nel Parco degli Eroi Nazionali.
Ideologia
Panafricanismo
Il panafricanismo di Marcus Garvey si fondava sull’idea dell’unità globale dei popoli di origine africana e sulla necessità di una loro emancipazione politica, economica e culturale dal dominio coloniale e razziale europeo. Garvey sosteneva che gli africani e la diaspora africana dovessero sviluppare istituzioni proprie e una coscienza collettiva basata sull’orgoglio razziale e sull’autodeterminazione.[53]
Un elemento centrale del suo pensiero era il concetto di Africa for the Africans, inteso sia come principio simbolico di rivendicazione identitaria sia come progetto politico volto alla costruzione di uno Stato africano forte e indipendente. In questo contesto si colloca anche la sua proposta del Back to Africa, che mirava al ritorno volontario di parte della diaspora africana nel continente africano, non come migrazione di massa immediata, ma come affermazione di sovranità e autonomia rispetto alle società occidentali.[54]
A differenza di altri sostenitori del panafricanismo, Garvey privilegiava una visione marcatamente nazionalista e separatista, rifiutando l’assimilazione come via alla parità e ponendo l’accento sull’autosufficienza economica e organizzativa delle comunità nere. Il suo panafricanismo esercitò una notevole influenza su movimenti politici e culturali successivi, contribuendo alla diffusione di un’identità africana transnazionale nel XX secolo.
Visioni economiche
Nel pensiero di Garvey l’autonomia economica costituiva una condizione essenziale per l’emancipazione dei popoli di origine africana. Egli riteneva che senza un proprio sistema produttivo e commerciale le comunità nere sarebbero rimaste strutturalmente dipendenti e vulnerabili alla discriminazione. Attraverso l'UNIA, promosse la creazione di imprese e iniziative economiche controllate da afrodiscendenti, tra cui la Black Star Line e la Negro Factories Corporation.[55]
Sul piano ideologico, Garvey sostenne una forma di capitalismo orientata alla comunità, finalizzata al rafforzamento collettivo piuttosto che all’arricchimento individuale. Pur riconoscendo il ruolo del capitalismo nello sviluppo economico, egli ne proponeva una versione regolata, basata sulla cooperazione, sulla partecipazione collettiva e su una distribuzione più equa dei benefici, opponendosi alla concentrazione eccessiva della ricchezza.[56]
Garvey si distaccò nettamente dalle correnti socialiste e comuniste, che considerava inadatte a rispondere alle esigenze specifiche delle comunità nere. A suo giudizio, tali movimenti erano il prodotto di contesti politici e sociali europei e non offrivano garanzie reali di emancipazione per gli afroamericani. Questa posizione lo portò a entrare in conflitto con ambienti della sinistra radicale dell’epoca, che criticarono il garveyismo come espressione di un nazionalismo borghese.[57]
Onorificenze
Note
- ^ (EN) BBC Radio 4 - Great Lives, Marcus Garvey, su BBC. URL consultato il 1º novembre 2024.
- ^ Il jamaicano Marcus Mosiah Garvey e la nascita del movimento Rasta, su Società Missioni Africane, 28 novembre 2021. URL consultato il 1º novembre 2024.
- ^ Britannica - Marcus Garvey Biography, su britannica.com.
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Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Garvey, Marcus Mosiah, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- (EN) Marcus Garvey, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Opere di Marcus Garvey, su Open Library, Internet Archive.
- (EN) Marcus Garvey, su Discogs, Zink Media.
- (EN) Marcus Garvey, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation.
- (EN) Marcus Garvey, su Comic Vine, Fandom.
- (EN) Marcus Garvey, su IMDb, IMDb.com.
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